Da bambino, come tanti miei coetanei, sono stato un grande appassionato delle leggende del ciclo Arturiano. Adesso, che ho quarant’anni compiuti, noto con piacere che esse sono tutt’oggi fonte di ispirazione per nuovi film, cartoni animati e serie. Ovviamente non seguo questo genere di produzioni, ho sempre paura che le leggende che ho amato vengano storpiate, ma mi piace che esse non siano state spedite in soffitta, insieme a tante altre cose che sono oramai dimenticate. Una delle leggende del ciclo Arturiano, che mi piacevano di più, recentemente è stata fonte d’ispirazione per una serie e per un film, parlo di: Sir Gawain and the Green Knight (Sir Galvano e il cavaliere verde).
Nella storia originale, la Fata Morgana, sorellastra e nemica di Re Artù, getta un maleficio su un cavaliere e lo invia alla corte reale per sfidare i cavalieri della tavola rotonda. Il cavaliere arriva a palazzo per la festa di Natale, appare enorme, con la pelle e i vestiti verdi, armato di una grossa scure. Si prende gioco dei cavalieri, afferma che le storie sul loro coraggio sono tutte cazzate e gli lancia una sfida: uno di loro potrà decapitarlo con l’ascia ma, ad un anno esatto di distanza, dovrà recarsi in un luogo predeterminato per farsi restituire il colpo. Sir Gawain accetta la sfida e decapita l’uomo, che sorprendendo tutti, raccoglie la testa caduta, la rimette sulle spalle e se ne va. Gawain successivamente, per onorare la parola data, da l’addio a tutti quanti, essendo un viaggio senza ritorno e si mette in cammino verso la cappella verde, il luogo prestabilito per il nuovo incontro. Il cavaliere però, arriva in anticipo, di conseguenza viene ospitato per qualche giorno, nel vicino castello di Ser Bercilak. L’uomo che ogni giorno si reca a caccia, offre a Gawain tutte le prede che catturerà, in cambio però, il cavaliere dovrà restituire al signore tutto quello che riceverà durante la sua permanenza a palazzo. Ogni giorno mentre ser Bercilak va a caccia, sua moglie cerca di circuire e fa delle proposte a Gawain. Questi rifiuta per due volte ma alla terza accetta, insieme a un bacio, una fascia di stoffa decorata, che al termine della giornata non restituisce a Bercilak. Gawain successivamente raggiunge la cappella verde, ove lo attende il cavaliere e espone il collo alla sua ascia. Per due volte il cavaliere verde sferra un colpo a vuoto e alla terza gli infligge una lieve ferita sulla nuca. Il cavaliere verde rivela allora di essere Ser Bercilak e spiega di aver voluto testare non solo il suo coraggio, ma anche il suo valore e il suo l’onore e per questo si è fatto aiutare dalla moglie. La lieve ferita infatti gli è stata inflitta semplicemente perché non ha restituito, prima di partire, la fascia donatagli.
Questa sfida lanciata dal cavaliere verde e accolta da Gawain mi ha fatto venire in mente un’altra sfida molto più recente, meravigliosa, vera, ma altrettanto leggendaria, che riguarda uno dei più grandi pianisti Jazz di tutti i tempi, Art Tatum. E’ necessario, prima di tutto, ribadire quanto quest’uomo fosse abile con il piano e per farlo, basta raccontare di quando, senza sbagliare alcun assolo, suonando giorno e notte per quarantotto ore consecutive, registrò settanta brani, uno dietro l’altro, poi raccolti nella collana Tatum solo Masterpieces della Pablo Records. Tatum non era però, solo un grande pianista, amava tantissimo la competizione e per questo si divertiva a sfidare altri pianisti in prove di bravura. Si racconta (fonte: Billy Taylor), che una sera dell’anno cinquanta del secolo scorso, al Birdland di New York, mentre si vantava e diceva di essere tornato dalla sua tournée per dare qualche calcio in culo a qualche collega, Bud Powell, completamente ubriaco lo avesse sfidato dicendogli: Ti insegno io come si suona a tempo e come si suona veloce! Tatum dopo una grande risata avrebbe risposto: Non ora fratello, sei ubriaco…ma vieni domani sera, alla stessa ora, in questo posto, tutto quello che tu suonerai con la mano destra io lo rifarò con la mia sinistra. Secondo Taylor, Powell non si presentò la sera dopo per onorare la sfida da lui stesso lanciata, nonostante per tutto il giorno, da sobrio, si fosse allenato ininterrottamente.