Ho una stanza che non uso, vuoto casalingo. Prima era piena di scatoloni a loro volta ricolmi di roba, adesso a riempirla è rimasta solo l’aria, particelle invisibili dai comportamenti complessi, che sfuggono ai miei occhi. Al di là della sua trasparenza quasi angosciante, parlo sempre dell’aria, le pareti bianche e una finestra che si affaccia sul vuoto del cielo. Quando prendo le pause dal lavoro vengo qui dentro, chiudo la porta e passeggio, oppure siedo su uno sgabello in legno, dipinto di rosso, che ho collocato al centro della stanza. Rifletto, immagino e creo, in un divenire di sensazioni visive crescenti, quello che potrebbe essere sistemato all’interno di questo spazio vuoto, senza scollare mai lo sguardo, dal bianco di quelle pareti. A volte vengo qui a bere un caffè, altre volte porto con me una tazza di tè, la sensazione angosciante del nulla, mi permette di aprire finestre nella mia mente che altrimenti resterebbero chiuse, conseguenza inevitabile dell’eccessiva stimolazione che il mondo mi offre ogni minuto.
Credo che la lascerò vuota, questa stanza, il sordido rimbombo dei rumori, l’angoscia, il bianco tutt’intorno, trasforma questo luogo in uno spazio Lovercraftiano, la camera ai confini dell’universo, abitata da creature spaventose, passaggio nascosto verso altri mondi, universi paralleli, galassie lontane, misteriose, che rimarranno per sempre inesplorate.
Sono venuto in questa stanza anche questa mattina, per scrivere questo pezzo. Mi sono chiesto cosa potesse venir fuori, unendo parole scaturite dallo stato d’animo evocato da uno spazio come questo, mi sono chiesto se, così come riesco a immaginare divani, quadri, tappeti e mobili vari, riuscissi a creare qualcosa di scritto, qualcosa che avesse una logica. Così mi sono disteso per terra, il computer sulla pancia, i piedi appoggiati sullo sgabello rovesciato e una tazza di tè alla menta e liquirizia appoggiata vicino alla spalla.
Per la cronaca, ti ho trovata anche qui dentro. Non appena ho appoggiato la schiena per terra ed ho percepito il freddo del pavimento sulla mia pelle, non appena quel gelo si è diffuso per tutto il mio corpo e l’angoscia del vuoto e delle pareti bianche ha riempito la mia mente, subito, come un flash, uno schiaffo, più precisamente un cazzotto in un occhio, sei apparsa tu, ed ho capito che quella sensazione che provo, ogni volta che entro qui dentro è legata a te. Che nessuno, come te, è stato mai così lontano dai confini del mio universo. Nessuno ha mai suscitato in me la sensazione angosciante e spaventosa dell’estraneazione totale, che tu riuscivi a trasmettermi attraverso i tuoi sguardi persi chissà dove, attraverso quei tuoi silenzi pieni di urla che non riuscivo a udire. Incredibile mistero, vuoto inspiegabile, popolato da ciò che non sono riuscito e mai riuscirò a vedere. Se una persona può essere casa e di conseguenza spazio, allora tu stessa sei stata per me, ancor più Lovercraftiana di questo luogo, ancor più galassia lontana, popolata da mostri e creature spaventose.
Ed eccolo là, l’ultimo mistero, l’errore umano, lo strappo sul telo della creazione molecolare. Ecco qua che quest’agglomerato di particelle raggruppate in cemento e vernice e pietra e legno, le posso arredare, trasformarle come le immagino, spingendo fuori l’aria, mentre il tuo cuore, composto dalla stessa base molecolare, che casa doveva essere e forse non lo è mai stato, sfuggendo alle mie esplorazioni, alla mia percezione di esso, galassia lontana buia e spaventosa è rimasto per me un mistero, impossibile da arredare, impossibile da abitare.
Angosce, paure, destabilizzazioni impossibili da mandar via con una tazza di tè, tanto potente è l’attrazione per lo spazio oscuro che ci circonda, talmente diverso dalla brillantezza di questa stanza, talmente simile al vuoto che contiene, compreso quello lasciato in me.