Ho un amico che gestisce un ristorante, nel centro di una città qualsiasi, e il virus, se continua così, ucciderà la sua attività e sbatterà in strada il suo corpo di quarantenne, scombussolando il suo cervello di ventenne, che già immaginava una fine di vita tranquilla, tra tovaglie a quadri rossi e bianchi, luci soffuse e qualche bottiglia di buon vino ad innaffiare piatti semplici della cucina tradizionale. Roba da nonne brave a preparare gli umidi, come li chiamiamo noi, cibi per stomaci forti, resistenti ai grassi e alle calorie, raccolte e ingerite ad una ad una, fino all’ultima scarpetta. Ho un amico così e va sostenuto, in qualche modo, per far sì che non si perda in tristezze da marciapiede, tra bidoni dell’immondizia, piscio dell’ultimo ubriaco rincasato un attimo prima del coprifuoco e merda di cane che qualche proprietario di quadrupede, poco incline al rispetto degli altri, ha finto di non notare, mentre, aspettando il miglioramicodelluomo, in questo caso il suo, non di colui che pesterà lo stronzo, leggeva sul cellulare le ultime polemiche.
Così, la sera, subito dopo il coprifuoco, a bandoni abbassati, il mio amico apre il portatile e mi telefona. Di fianco a lui, quasi sempre un bicchiere di whiskey, dietro la tristezza di un locale chiuso, le luci quasi completamente spente, le bottiglie di vino esposte a guardare la sala vuota. Le sue parole, quasi sempre senza speranza, dal suono cupo, rimbombano nel silenzio del grande stanzone, il ronzio dei frigoriferi a fargli da eco. Ci guardiamo, spesso non parliamo nemmeno, scuotiamo la testa e ci capiamo così, a gesti, sordomuti improvvisati davanti a una situazione che mai avremmo pensato di vivere. Poco importa, l’obiettivo non è chiamarsi per dirsi qualcosa è più il tentativo maldestro di ritrovare una certa normalità, durante serate che altrimenti, si trasformerebbero in alcool e deliri, in evasioni di altro tipo, ben più devastanti e perché no, pericolose.
Alcuni quadri alle pareti, rappresentazioni di paesaggi toscani un tempo felici, illuminati dalla luce fioca appaiono tetri, deliranti, angoscianti. C’è tempesta ovunque, fuori, nel mondo circostante e dentro di noi. Cerchiamo di ripararci, di proteggerci, speranzosi aspettiamo il ritorno del sereno, ma ogni giorno ci crediamo sempre di meno. C’è la paura, da un lato, di trovarsi nel mezzo di una guerra civile, dall’altra perché no, di morire, che sarebbe anche peggio. Esprimendo pensieri di questo tipo, il mio amico, picchiettando con un coltello sul registro del locale, custode delle cifre degli incassi che mese dopo mese, vanno riducendosi fino a diventare irrisorie, muove la testa in direzione dei due prosciutti appesi sopra il bancone del bar. Pezzi di maiale impiccati, trofei culinari che ora osservano la nostra momentanea sconfitta, forse felici, modesta soddisfazione per quel che gli abbiamo fatto quando erano ancora in vita.
Pensieri felici, ne escono pochi, dalle labbra consumate dal fumo, dall’alcool e dal freddo che lentamente sta arrivando, piuttosto sguardi spenti, che si traducono in preoccupazioni motivate, per il momento irrisolvibili.
La chiamata, tra di noi, si chiude quasi sempre con lo squillo del suo telefono, nelle più cupe ore della notte, quando la moglie, destandosi al letto, per metà vuoto, chiama per avere notizie e lui decide di raggiungerla. Saluti svelti, sorrisi accennati, di rito, e davanti a me resta il nero della telecamera e quella paura inevitabile, di una chiamata dalla risposta mancata. Anche oggi abbiamo vinto e torniamo a casa, lasciando le barricate ad altri piantoni, ma fin quando possiamo tenere, prima che la disperazione più profonda distrugga le nostre ultime barriere di protezione e ci schiacci completamente, uccidendo quel poco di umanità che ancora ci resta?