Resoconto di una giornata…

Buonanotte – mi dico a voce alta, spegnendo la luce dell’abat-jour. Il buio mi avvolge in tutto il suo splendore. È stata una giornata semplice, tranquilla. La rivivo lentamente, dal momento in cui ho aperto gli occhi, a quello in cui mi sono coricato. Cerco di ricordare i volti che ho incontrato, i sorrisi ricevuti, un po’ per caso un po’ per circostanza, le espressioni più tristi, a volte vuote, intraviste durante le rapide esplorazioni dei visi altrui. Ripercorro la mia passeggiata nel parco vicino casa e poi, ripenso a quello che ho cucinato e mangiato, ai sapori, agli odori, alle riflessioni che facevo mentre stavo in piedi davanti ai fornelli. Cerco di sentire nuovamente i suoni, le melodie che ho ascoltato, sia volontariamente, perché scelte da me, sia arrivate per caso: il passaggio di un’auto, il pianto di un bambino, i vicini che litigavano, gli uccelli nel parco, le grida di un paio di ragazzi che giocavano a pallone. Rivedo Livia distesa sul tappeto. La ascolto ancora una volta, mentre parla, parla, parla senza interruzione, le sue frasi, sempre affermative – Facciamo che io sono la principessa e tu il cavallo, si? – dice ridendo, felice. La rivedo mentre si addormenta, subito dopo aver ascoltato la storia della buonanotte e rivivo la tranquillità della casa piombata nuovamente nel silenzio di routine. Ragiono su alcune frasi estrapolate dal libro che ho letto per circa un’ora, seduto sul divano, nel silenzio interrotto da qualche colpettino di tosse proveniente dalla sua stanzetta. Percepisco nuovamente i miei occhi che cominciano a chiudersi lentamente, a tradimento, mentre con difficoltà crescente, saltando da una parola all’altra, precipitavo con lo sguardo su altre linee, su frasi già lette o distanti, dal punto del libro in cui mi trovavo un minuto prima. È stato allora che, cedendo alla stanchezza, ho chiuso tutto e ho deciso di terminare la giornata.

Adesso, subito dopo essermi dato la buonanotte, le lenzuola fredde che si stanno scaldando lentamente, e aver rivissuto virtualmente la giornata appena terminata, mi chiedo se ho fatto tutto quello che dovevo fare, se ho dato il meglio, se sarei pronto a lasciare definitivamente questo mondo, nel caso il momento arrivasse proprio adesso. Mi chiedo se ho rispettato il contratto con chi mi ha dato la vita il giorno in cui sono nato. Già, troppo comodo passare la propria esistenza a pensare che la vita sia un dono. In molti pensando questo, si liberano da ogni obbligo, cercano di arraffare il più possibile in barba al prossimo, in barba alla società, in barba perfino al pianeta che li ospita. No, la vita non è un dono dato così a caso perché, per qualche assurdo motivo, ce lo siamo meritato, o perché qualcuno è stato magnanimo con noi. La vita è un contratto stipulato con l’universo stesso, questa è la mia visione, e viverla diventando una persona migliore, innanzitutto per me stesso e poi per gli altri, cercando di rimediare ai torti fatti in passato, cercando di aiutare là dove sia possibile, cercando di sostenere chi ha bisogno, mi pare un motore più che ottimo per viaggiare sulle strade di questa esistenza. Rimugino ancora un po’ – Potevo essere migliore di quello che sono stato oggi? – mi chiedo – No, non ho dato il massimo…non ho dato tutto… – mi rispondo prontamente, poi chiudo gli occhi – Ho bisogno di altro tempo… – ripeto tra me e me, mentre a poco a poco, perdo conoscenza.

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