Il presente è un cardiopatico col cappello da babbo natale…

Sono seduto sul divano, una tazza di tè caldo ai frutti di bosco tra le dita e rifletto su scelte passate, decisioni future. Il presente viene a trovarmi. Lo sento arrivare dall’ingresso del salone, un ansimare inquietante, sordo, tetro, terribilmente invadente, come se indossasse una maschera per l’ossigeno, ad accompagnare il rumore dei suoi passi ciondolanti. Lentamente si avvicina, sceglie una poltrona e si siede, il respiro si fa leggermente più regolare, finalmente riesco a vederlo.

È un uomo grosso, molto grosso, non indossa la mascherina per l’ossigeno, ma sembra avere evidenti problemi respiratori, quasi il suo cuore lo abbandonasse tra un battito e l’altro, per andare altrove. Indossa un paio di jeans vecchi millenni, un maglione di lana marrone pieno di buchi e una camicia di jeans completamente abbottonata, il colletto stretto quasi a soffocarlo, ad arrossare la sua pelle, a creargli un collare di sangue.

Ha la barba lunga, non curata, sporca. Quel pelo ispido e deforme, come in certi gatti, si riflette nei colori, ora rossi, ora marroni, a tratti bianchi, vista l’età avanzata. Il viso deformato in milioni di rughe, le guance rosse a testimonianza dell’alcool bevuto, gli occhi azzurri, spenti, vuoti, a dimostrare il suo completo assentarsi dal mondo, dalle vicende umane. In testa porta un cappello da babbo natale, che copre la capigliatura o le sue calvizie, non so dire.

Osserva nella mia direzione, le braccia incrociate che appoggiano sulla grande pancia. Non parla e nemmeno io dico niente. Ci fissiamo, occhi negli occhi, il suo respiro a riempire il silenzio nella stanza. Non abbiamo niente da dirci, così restiamo sospesi a mezz’aria, tra un passato ingombrante e il futuro inesistente, palline che si muovono nella mia testa come fossero in un flipper. Dietro di lui, al di là delle grandi finestre, il temporale si abbatte sul mondo in maniera insistente. Il rumore della pioggia che picchia ossessivamente sui vetri, si mescola al respiro dell’uomo. La scena, con lo scorrere dei secondi mi appare sempre più inquietante.

Lo osservo ancora più insistentemente, quasi a incalzare una sorta di dialogo – Quanto dura il presente? Un secondo? Un minuto? Un’ora? Un giorno? Un mese? Un anno? – mi chiedo, mentre l’uomo non accenna a proferire verbo. Il suo respiro si fa improvvisamente più pesante, più rumoroso, quasi a coprire i suoni del temporale. Chiudo gli occhi, in un vortice di rumori che mi avvolge, fino a causare un fischio nelle mie orecchie. Attendo qualche secondo, li apro nuovamente. L’uomo grosso non c’è più, la pioggia continua a cadere, a sbattere contro i vetri, quasi a implorarmi di aprirle, di farla entrare in casa. Mi alzo stupito, mi guardo intorno – Dove cazzo è andato il mio presente? – mi chiedo inquieto guardando l’orologio, alla ricerca di quel momento oramai perduto.

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