Tranquillità ovunque, si nasconde tra i mobili, dietro i quadri, sotto ai tappeti, si aggrappa alle tende, a queste lenzuola nere, sotto alle quali trovo rifugio, in questo mattino di pioggia, mi aggrappo al tuo ricordo, ti piaceva camminare sotto un temporale estivo come quello che sto osservando adesso, al di là delle finestre, gocce, gocce, gocce, e le ombre distorte degli alberi sparsi per il giardino, leggera foschia, manto misterioso che ricopre tutto, compreso il pensiero di te, un sorriso, un gesto, la delicatezza che caratterizzava i movimenti delle tue mani, delle tue dita, lente, leggere, precise, tranquillità nascosta tra le imperfezioni della pelle, sotto le tue unghie sempre ben curate, tra i solchi disegnati sui palmi – A che punto saremo sulla linea dell’amore? E della vita? – chiedevi osservandoli, curiosa, misteri racchiusi tra le dita, i pugni chiusi a proteggerli, carezze delicate a condividerli con qualcuno – Ecco, ti sto raccontando il mio segreto più grande… – dicevi sorridendo, toccandomi la guancia, accarezzandomi i capelli, tranquillità che si nasconde su quel cuoio capelluto che, in questo preciso istante, risveglio da poco sopraggiunto, mi sto grattando – Devo tagliarmi i capelli… – penso, continuando a osservare la pioggia che cade, ticchettio di gocce che s’infrangono sul vetro della porta finestra, il pensiero di te che lentamente svanisce, tra un battito di palpebre e l’altro, probabile residuo di qualche sogno notturno oramai dimenticato, un brivido che corre lungo la schiena a ricordarmene il passaggio, o a comunicarmi un abbassamento improvviso delle temperature, chi può dirlo, elaborazioni mentali complesse, impossibile definire concretamente cosa genera cosa, interpretazioni, pensieri, sensazioni, percezioni, mi perdo in un labirinto di informazioni, idee che trainano altre idee, treno infinito che scorre davanti a me, vagone dopo vagone – Quante volte t’ho atteso su un binario come questo, avvolto dal freddo, dalla foschia? – mi chiedo, mentre odo il fischio dei freni, motrice che si ferma, salgo su una carrozza, la numero centocinquantasette, mi siedo, il treno che riparte, veloce, verso chissà quale stazione, io che guardo fuori, mondo che scivola via chissà dove, velocità, velocità, velocità, forme e colori che si fondono insieme, io che osservo all’orizzonte, per cercar di mantenere la coerenza di ciò che percepisco e, complice la noia che sopraggiunge, complice il dondolare del treno, sferragliamento continuo, ridondante, mi addormento, lenzuola nere a coprirmi, il controllore che passa, mi osserva, sorride, non mi chiede neppure il biglietto, viaggi disorganizzati, destinazioni indefinite, direzioni obbligatorie.