E mi dico, e ricordo, e vivo, nel ricordo, e non è un male, in generale, penso, e spacco in due una melagrana, liquido rosso e chicchi, probabilmente aspri, ne metto in bocca tre, faccio una smorfia, non la vedo, ma so che la faccio, conosco questa mia espressione, conosco i movimenti della mia pelle, della bocca, del naso, degli occhi, ricordo, vivo, nel ricordo, e non è un male, in generale, penso, zanzara che mi ronza intorno, una delle ultime sopravvissute, qualche giorno, ancora qualche giorno, un po’ di freddo, e poi, anche la tua fine arriverà, già lo so, mi dico, e ricordo, vivo, nel ricordo, e non è un male, in generale, penso.

Ecco, la melagrana spaccata in due sul tavolo della cucina, io che la osservo, io che ne ammiro la perfezione, le linee, i colori, io che apprezzo il suo integrarsi perfetto con ciò che la circonda, un bicchiere pieno di vino, un piatto in ceramica gialla, il cesto pieno di frutta, uva, banane, mele, mandarini, qualche fico, natura morta, viva, un tempo, viva, nel ricordo, percezioni multisensoriali, immagini composte da suoni, odori, sapori, io che ricordo, e vivo, nel ricordo, e non è un male, in generale, penso.

Vortici così, che mi inghiottono in un martedì mattina anomalo, settembre agli sgoccioli, pioggia, pioggia, pioggia, gocce che cadono, battono contro i vetri, ticchettio irregolare, sento freddo, un brivido scivola giù lungo la mia schiena, tremo, nella mia maglietta a maniche corte, odore di sonno e notte e sogni, ricordo, e vivo, nel ricordo, e non è un male, in generale, penso, e prendo tra le dita altri chicchi di melagrana, li metto in bocca, faccio una smorfia, l’ennesima smorfia, mastico, inghiotto. 

Ecco, mattini così, giorni così, io che mi alzo dalla sedia, passeggio per casa senza meta, la zanzara che continua a inseguirmi, in attesa che arrivi il momento buono per posarsi sulla mia pelle, nutrirsi, sangue, liquido rosso, ecco, mattini così, ordine primordiale, la pioggia, la luce, la melagrana, la frutta, il tavolo, la cucina, il pavimento, il salone, la mia maglietta, la zanzara che plana, appoggia la sua proboscide sulla mia pelle, affonda il suo ago nella mia carne, succhia, prurito, io che alzo la mano, la schiaccio, morte, sangue, liquido rosso, io che sorrido, non mi vedo, ma so che sorrido, conosco questa mia espressione, conosco i movimenti della mia pelle, della bocca, del naso, degli occhi, ricordo, vivo, nel ricordo, e non è un male, in generale, penso, e mi gratto, maledicendo l’insetto. 

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