PAST

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Claudio Simoncini nasce a Empoli nel giugno del 1980, in un mondo che non ha nessuna intenzione di accoglierlo con garbo. Pessimo inizio. Se c’è un punto nel tempo in cui tutto è andato storto probabilmente è lì, partenza sbagliata di una corsa che non porta da nessuna parte. Cresce a Vinci, un paese famoso solo per aver dato i natali a Leonardo, che a sua volta, appena ha potuto, se n’è andato. A nove anni chiede una macchina da scrivere come regalo di natale: primo segnale che qualcosa dentro di lui è irrimediabilmente fottuto.

A undici anni perde la madre. La vita inizia a testare i suoi limiti di sopportazione con una certa serietà. A quindici porta pizze ai tavoli nel ristorante di famiglia. Capisce fin da subito che l’umanità è un esperimento sociale andato storto, ma anche che, se sorridi mentre la servi, quella gente ti lascia la mancia.

La sua adolescenza scorre senza gloria, senza entusiasmo, parcheggiato in un istituto professionale per servizi commerciali, con un blocco interiore tale da soffocargli ogni aspettativa di evoluzione, mentale e non. Cerca di resistere come può. Si nutre di fumetti: Pazienza, Magnus, Bonvi, Pratt, Manara, Sclavi, Castelli, sono i suoi compagni di viaggio, così come i classici della letteratura che a volte, quando è a secco di soldi, ruba in una libreria del centro. Grazie a un amico musicista che saltuariamente consegna le pizze nel ristorante dove lavora, scopre Paolo Conte e con lui il Jazz. Se da un lato, quella musica, che sembra composta da gente che ha visto tutto e ha deciso che l’unico modo di sopravvivere è innamorarsi, soffrire, ubriacarsi, drogarsi e suonare, gli entra nelle ossa come il fumo delle sigarette e l’odore dei bar sudici alle tre del mattino, dall’altro, le sonorità e le parole di Paolo Conte, lo spingono fuori dalle mura domestiche, da quella realtà che lo soffoca sempre di più. Comincia a studiare la chitarra, ma è più una fuga che un progetto. A scuola conosce il Professor Mario Pisanu, filosofo, letterato e antropologo, allievo diretto di Rocco Brienza e erede della scuola di Benedetto Croce. Un incontro che gli cambia la vita, primo segno che forse esiste un modo diverso di stare al mondo. A venti anni, in ritardo sulla tabella di marcia, esce dalle superiori, senza troppo brillare.

I continui contrasti con la seconda moglie del padre lo spingono a staccarsi dal ristorante di famiglia. Come alternativa si infila sotto una macchina cominciando a lavorare come meccanico, finché lo stato non si ricorda della sua esistenza e lo spedisce a Taranto in Aeronautica Militare.

Torna a casa nel 2002. Ad attenderlo, un mondo che si è appena svegliato dalla sbornia ottimista del ventesimo secolo. L’11 settembre ha cambiato completamente l’occidente ma le persone continuano a essere la stessa massa di idioti, con un argomento in più all’interno delle loro discussioni da bar.

Si improvvisa venditore di materassi porta a porta. Suona campanelli, sorride a sconosciuti che vogliono solo che sparisca, prova a convincerli a spendere soldi che non hanno per dormire meglio in una vita di merda. Cerca tranquillità, una situazione normale, un lavoro sicuro, una famiglia, forse dei figli, ma è allora che il destino bussa alla sua porta. Mario Pisanu, con la stessa insistenza con la quale lui cerca di vendere materassi, lo convince a mollare il lavoro, cambiare vita, iscriversi all’università. Opta per Psicologia. Per mantenersi gli studi comincia a lavorare come pasticciere.

Durante gli anni universitari il suo interesse per le Neuroscienze e in particolar modo per la percezione visiva, ovvero, come il cervello costruisce la realtà che vediamo, cresce vertiginosamente. Si laurea nel 2008 con il massimo dei voti e la lode, difendendo una tesi che esplora gli effetti delle ricompense monetarie sulla percezione visiva e sull’attenzione. Il lavoro viene presentato durante numerosi convegni internazionali, pubblicato su un’importante rivista scientifica e lui vince una borsa di studio per la miglior tesi di Laurea.  

La macchina accademica lo inghiotte. Una borsa di Studio Marie Curie lo spedisce direttamente a Marsiglia, in Francia, per un Dottorato in Neuroscienze e Neurofisiologia. Sono anni incredibili. Il vortice scientifico lo sballotta un po’ ovunque in giro per l’Europa, l’Asia e gli Stati Uniti e il suo lavoro finisce tra le pagine di una delle riviste scientifiche più importanti del mondo: Nature. Conclude il suo dottorato con il massimo dei voti e la lode nel 2013, difendendo una tesi sui meccanismi di integrazione dell’informazione visiva di movimento.

La Windy City lo chiama: Ricercatore a contratto alla The University of Chicago, una delle università più importanti del mondo. Quattro anni avvolto dal freddo assassino e dal Blues, in bocca il gusto amaro del sogno americano andato a male. Sono anni difficili, la vita sembra aver deciso di smontarlo pezzo dopo pezzo: suo padre si ammala di cancro e muore in otto mesi, i problemi familiari aumentano e così i contrasti sul lavoro. Lo salvano da un vortice altamente pericoloso alcuni colleghi divenuti amici e qualche incontro fortunato. Il fascino che l’ambiente accademico ha esercitato su di lui fino a quel momento, sbiadisce a poco a poco, così come la passione per la ricerca scientifica. Improvvisamente, si rende conto di provare più interesse nel cercar di comprendere come ogni singolo individuo costruisca la propria visione della realtà, se mai si possa dire che esista una sola realtà, piuttosto che per le regole generali che dominano il funzionamento del cervello.

Nel 2017 lascia Chicago. Perché? Perché qualsiasi posto è uguale a un altro quando stai scappando da tutto. Torna in Francia e successivamente fa rotta verso l’Italia. L’università di Marsiglia gli offre un posto come Ricercatore a contratto. Le nozze con il mondo scientifico sono però ai ferri corti. Il suo interesse è sempre più attratto dall’analisi dell’individualità, dalla coscienza intesa come creazione della realtà personale, all’interno della quale è immerso ognuno di noi. Il lato psicologico ha la meglio sul lato neuroscientifico, complice anche un evidente scindersi delle due diramazioni accademiche: la seconda sempre meno attratta dalla prima e sempre più legata a modelli matematici, intelligenza artificiale, robotica. La sterilità dell’idea che ogni processo psichico sia soltanto il risultato di processi neuronali, eccitazione e inibizione di cellule, lo angoscia pesantemente. Inoltre, la passione per lo scrivere, che lo ha accompagnato durante tutta la vita e che a poco a poco, con il sedimentarsi di esperienze complesse e formative, si è fatta sempre più forte, esplode in quel periodo con tutta la sua irruenza.

Nel 2020 la pandemia lo inchioda davanti alla domanda definitiva: e ora? Si da una risposta ancor più definitiva, molla l’accademia e si mette a scrivere a tempo pieno. Butta giù un’opera, una cagata a metà tra l’autofiction e il romanzo di formazione, che non vedrà mai la luce, collabora con la compositrice serba Natasha Bogojevich, scrive articoli di Psicologia per Firenze Urban Life Style, Liriche per le musiche improvvisate del Maestro Benassai, ma soprattutto, inizia a vomitare il suo Manifesto Decostruttivista: 600 post di caos mentale, idee spezzate, parole che mordono, pubblicati sul proprio sito internet.

Qualcuno si accorge di lui. Kressida Editore, che da poco ha aperto i battenti, gli propone di pubblicare un libro. Esce così: Manifesto Decostruttivista – Ricostruzioni verbo-mentali oltre lo spazio e il tempo (2022). Concentrato di elaborazioni mentali scientifiche e filosofiche, riflessioni, follia, mescolate con le più strane, e allo stesso tempo comuni, esperienze personali.

Nel tentativo di esplorare sempre di più la costruzione della realtà da parte del cervello umano, si imbatte ovviamente nel cinema. Diventa un avido spettatore. Il suo viaggio lo porta attraverso classici senza tempo, si innamora di Fellini. Kressida gli pubblica un saggio breve intitolato: Fellini vs Allen (2022), una comparazione del cinema dei due grandi cineasti, visti sotto la lente d’ingrandimento del Decostruttivismo di Jacques Deridda.

A dicembre 2022 esce, sempre per Kressida Editore, la sua traduzione ragionata di A Christmas Carol, il classico di Charles Dickens, corredata da dodici tavole, copertina compresa, disegnate di suo stesso pugno. D’altronde non si è mai accontentato di un solo delirio creativo alla volta.

Poi il grande fade out. Stanco dei viaggi, delle metropoli, della follia della gente, stanco del traffico e della confusione, stanco della società, molla Marsiglia, si ritira in un paesino sui Pirenei francesi e si allontana da tutto. Ogni tanto appare sui social ma il resto è silenzio. Sta lavorando al suo nuovo romanzo, dice, e meditando sul suo prossimo passo. Falso, ovviamente.